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Bisticcio

Bisticcio

12 aprile 2014 - Intrattenimento
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“L'imitazione ti toglie lapostrofo”


si gigioneggia lui, scordando che la voce non può mostrare il bisticcio o confidando nelle capacità di lei, vanificando comunque il momento; ma è nelle sue corde di pugile suonato, questo esercizio inutile, di prendere a pugni le mosche, per confermare l'attitudine, dopo la sparata, aspetta gli eventi, schiacciandosi la punta del naso con l'indice, ricorda in quell'istante un dittatore di qualche sperduto continente, che guarda la sua capitale da una finestra romana, il cavallo e Poppea, la barba di Adriano, i bollini delle banane, gli viene una voglia di cachi, tossisce, rispolvera il suo antico fascino, con una complicata giravolta, per dare il volto a lei, che armeggia con le suppellettili, lasciando intravedere il piccolo seno sgonfio, che sbatacchia penosamente, non c'è sostanza, due ciabattine di pelle, che fanno venire fame, come un riflesso condizionato anche lei si volta, mostrando i glutei, questi sì, generosi, prima che nel suo volto compaia la pena, come la prima volta, quando lui le guardava il petto, col dispiacere per una ferita evidente e ancora più penosamente lo accarezzava intimorito, come volesse rianimarlo.


“Lo devi scrivere, altrimenti non si capisce”


Muove le anche un po' di più dell'azione, quel tanto da non sembrare irreale, ma sufficiente al suo appetito e immagina la sua mano che segue le forme, come sempre avviene, contento dell'intelligenza, ma crucciato per la nuova beffa, discesa di rango, sergente di truppa, l'aveva imbambolata per un paio di mesi, nel periodo dei fuochi, credeva possibile in quegli istanti, poterla plasmare, restava di allora solamente, oltre la comune esistenza, la gara, la ricerca di una particolarità che l'ammutolisse, che gli desse l'ultima illuminante parola, ma si era tramutato immediatamente in esercizio di stile, troppo era il ritardo e ancora maggiore era la sua velocità, di pensiero volubile, non sarebbe stato l'unico, avrebbe potuto essere cambiato con un qualunque altro generico, senza particolarità straordinarie, peso, età, foto, dettagli.


La mano accarezza il fianco, l'altra non vuole lasciare l'esercizio del potere, nemmeno suonato il gong, scende un istante a lenire il dolore del mento, sbattuto sul montante, il liscio rasato, molle di sangue, eroico, stoico, la mano cerca le coste dei libri, ritrova la punta del naso, ma all'osso, pensa alla parola “labbra” una vibrazione di accordo, comunque è lui non un altro, nel silenzio del momento, trova una provvisoria collocazione, instabile, uno zampettare di piedi, gioco di gambe, la povertà ha ora un diverso significato, lento, come la mano che abbandona il fianco.


Un canto lieve rende placida l'aria, sparisce l'apice e il margine, una leggerezza di pesi meglio distribuiti alle spalle, spiana la via, sarà così ancora più in là, il termine, un bisticcio di parole si sente ancora, una scaramuccia amorosa, giocata in punta di fioretto, pronunciato per la grazia ricevuta.

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