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il 14 febbraio - Arti & Cultura
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Amo i folli.
Amo i loro capelli perennemente annuvolati e quella gentilezza d’animo che taglia come un bisturi l’ipocrisia dei miserabili.
Amo quel cammino silenzioso a cui sento di concedermi e dedicarmi, e spingermi, perché sul vagone dei sognatori poco raccomandabili, o se preferite, dei facoltosi sognatori d’affanni, ci viaggio anch’io.
Da che respiro polvere, ci cammino a fianco.
E anch’io con loro mi asciugo la fronte e guardo negli occhi, e fin dove giunge l’ombra posso raccogliere luce.
Amo le loro facce sempre al vento mentre fuori piove di tutto.
Solo di loro posso fidarmi, solo a quelle mani consegno le mie mani.
Un abbraccio passato alla stessa altezza.
Di escogitare tramonti non ho più voglia, se potessi per un istante tornare indietro, per tutte le volte che sono rimasto senza andarmene, per ogni volta che ho pensato: se non parlo è anche per colpa vostra.
Mi verso un goccio di notte disperata tra le rughe che mi ricordano chi sono, e un po’ di più, un po’ più forte, nel letto di un ruga più grande, che mi attraversa gli occhi, dove ogni notte mi addormento.
E mentre sogno ballo.
E mentre vivo, sogno.



(Andrew Faber – “Le rughe della follia”


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